14 marzo 2007

TRASLOCO (cose che si spostano)

Sappiamo che stenterete a crederci
ma ci siamo spostati armi bagagli e congiuntivi
in un posto diverso e per la precisione questo:
http://cg31.splinder.com

seguite la traccia...

26 febbraio 2007

London Papers No.9

No trident_Troops out of Iraq
24 febbraio 2007

C'è un cielo baltico oggi sopra Londra. Le nuvole si muovono veloci lassù. Sole e pioggia, così non ci si annoia.
Il ritrovo è a Hyde park allo speakers’ corner, quel posto dove vanno le persone che pensano gli altri le debbano ascoltare e ti tirano giù delle storie, preferibilmente di Gesù che salva o la bibbia e che siamo peccatori e via così.
Oggi qui ci sono moltissime persone. Quello che mi colpisce è l’organizzazione. Mica è come da noi che ti devi fare i cartelli a casa. Qui centinaia di cartelli stanno a disposizione del manifestante privo di strumenti. Si va da quello contro Blair e Bush alla palestina libera, a portare le truppe a casa. Uno sul suo ci ha aggiunto a pennarello “nobody know I’m prince Harry”.
Io, solo e senza cartelli, mi muovo dinamico all’interno del lungo corteo ché voglio vedere un po’ le persone. Ovviamente ho dimenticato a casa la macchina foto.
C’è un po’ tutto in mezzo. Ci sono i verdi che non ne possono più delle guerre per il petrolio, quelli che ti vendono il “socialist worker”. Poi volantini di tutti i colori e dimensioni, dalla problematiche legate alle libertà dei gay a quelli contro le sanzioni e l’intervento armato in Iran così, per portarsi un po’ avanti col lavoro che mi sa ce ne sarà bisogno.
La testa sta cominciando a muoversi mentre qui indietro si è ancora tutti fermi. Ci sono delle persone col giubbotto giallo antinebbia che dirigono le masse e ti dicono dove passare, ne accosto uno, sul gilet ci ha scritto “anti war coalition-steward”. Basisco ed accelero.
Finalmente trovo quelli del “communist party”. Sono una ventina, hanno bandiere e striscioni. Un partito solo e indivisibile. Bene, mica come quelli italiani. Faccio un centinaio di metri e poi ne vedo due, tengono uno striscione. Su c’è scritto “new communist party”, magari sono gli avanguardisti, mi è già finita la poesia quindi proseguo.
Più avanti ci sono i “ Labour against war”, scandiscono lo slogan “true labour not in favour” a certi però gli viene da ridere e smettono.
Si percorre Piccadilly, poi il circus, Pall Mall e alla fine Trafalgar square. La piazza è grande ma mica ci stanno tutti. C’è un palco e il megaschermo e tutto quanto. Su uno canta “masters of war” poi i discorsi poi di nuovo musica. Dylan va molto. “The answer my friend”. La canta pure il vecchio punkettone di fianco. “The answer is blowing in the wind”
Ragazzi, vecchi, musulmani, venezuelani, studenti, pensionati madri di militari, militari fulminati sulla via di Damasco forse da fuoco amico, carrozzine, biciclette bandiere e hot dogs, tanto per globalizzare quel tanto che basta. C’è un po’ di tutto, tutto quanto questa città può contiene.
Sul palco parla un portavoce di Chavez vestito un po’ come lui, una ragazza per le donne iraniane, un rappresentante delle comunità musulmane di Londra ed altri amplificati, ripresi e trasmessi sul grande schermo.
Non piove ma il vento porta l’acqua spruzzata dalle fontane sulla gente. Dietro il palco la colonna e sulla colonna Nelson che sta lassù, un bel po’ di metri sopra la folla, e sembra che non si è accorto di tutta questa gente, o forse non gli interessa, gli da le spalle. Ha lo sguardo fisso verso sud. E uno si chiede che cosa sta cercando, ci sono le nuvole, si vede mica più in la del South Bank…

04 febbraio 2007

London Papers No. 8

È morto uno. Ne parlano i giornali nelle pagine di cronaca estera e di sport. L’ho saputo e sono basito, mica troppo però. Se ero giù penso mi avrebbe colpito meno. Uno si abitua pure al peggio. Ne hanno ammazzato uno, gli tiravano pietre e bombe carta. Che detto così pare di stare in un parco divertimenti, sulle navi dei pirati.
Poi leggo da qualche parte che si deve fare come gli inglesi.
È sabato. Prendo il bus e vado in una casa pubblica a vedere il derby del Merseyside che, con tutto il rispetto, ha uno spessore di masso rispetto alla sottile carta da macellaio di quello della magna grecia. Dicono che la partita si faceva prima perché poi c’era la processione della santa. Lì la gente è parecchio perbene. Mica si poteva andare alla partita e perdere una festa comandata.
Il tunnel che porta le squadre in campo c’ha scritto "This is Anfield" di modo che i giocatori delle due squadre lo possano leggere e meditarci su. Il match sono i rossi contro i blu, come nelle squadre di Subbuteo quando ero bambino.
La partita è angoscia. Si prova in tutti i modi ma niente. La gente sta seduta a due metri dal campo. Il blu va a fare una rimessa laterale. Ci ha gli spettatori rossi a poche centinaia di centimetri. Adesso lo insultano, gli sputano. Almeno gli tirino una bomba carta. Niente. Sorridono, gli spettatori. Uno gli fa una foto. Sembra che l’ambulanza non riusciva a passare per il casino tutto intorno. C’erano pure gli elicotteri sotto al vulcano.
La partita finisce in nulla. Uno zero a zero che non aiuta. Sparisce l’ultima possibilità di raggiungere quelli di Manchester su in cima. Mica i tizi contestano. Tirano niente in campo. "You’ll never walk alone". Il tizio è morto dopo, in ospedale.
Bisogna fare come gli inglesi, dice.
Finita la partita me ne esco e vado verso casa. Mi fermo al mio local pub. Devi averne uno, vicino a dove abiti.
Ci vai, loro sanno cosa bevi, tu non devi chiedere. Ecco tutto.
Dicono che alla festa della patrona non lasciano fare i fuochi di artificio. Questioni che vanno dall’ordine pubblico all’etica post prandiale. Pare che hanno fermato anche il campionato, che chi mette i denari si lamenta. Ci hanno perso un sacco di soldi. In quest’altro pub non si accendono televisioni. Solo in casi particolari, tipo il sei nazioni. C’è Inghilterrascozia, mica fanti e santi. I ragazzi sono tranquilli. I bianchi vincono semplice anche se si rischia qualcosa.
La Scozia fa una meta. Adesso ci sono pochi punti. Sono molto vicini. Magari che i ragazzi si innervosiscono, dicono cose. Mica li amano molto gli scozzesi qua. Ma invece no. Applaudono il tizio in blu. Apprezzano il gesto atletico.
Dice che bisogna fare come in Inghilterra.
Quest’altra città degli ospiti, Palermo, la conoscono più che altro nell’East End. Ma i ragazzi dell’Intercity Firm sono invecchiati. Solo si chiedono come certi hanno il coraggio di andare a giocare il football in giro vestiti di rosa. Erano nemmeno gli unici. Si deve fare come su, in Inghilterra. Salvo che non ci sono gli inglesi. Ci sono i santi e i patroni.
Hanno fermato tutto. Si son purgati in confessione. Non c’erano fuochi. Solo zucchero filato e la santa venduta a luci intermittenti dai cinesi.
C’era mica altro.


O

12 gennaio 2007

London Papers No. 7

Qui certe volte c’è un vento così forte che se pesi meno di ottanta chili devi uscire per strada con dei sassi in tasca. Qui soffia un vento tale che se hai il raffreddore e tiri fuori il fazzoletto, questo ti fa l’effetto dello spinnaker e tu diventi un individuo brado.
Qui l’altro giorno c’era un vento tale che un albero centenario non ce l’ha più fatta a resistere, o forse si era annoiato o soffriva di reumi, insomma, che si è coricato di traverso sulla via mentre passava un’auto metallizzata. Io l’ho vista dal bus, eravamo sull’altra carreggiata. Fossimo stati sul continente toccava a noi del trasporto pubblico. Qui fortunatamente fanno gli originali e viaggiano all’opposto.
Qui l’altra notte tirava un vento che la mia cameretta sotto il tetto sembrava la nave di Achab con Moby Dick che le scaracchiava intorno. Mi son svegliato che era tutto buio, c’era solo il lamento dei legni, la nota bassa del vento e il controcanto degli spifferi. Stavo attaccato al letto semmai fosse successo qualche cosa, si sa mai. C’era un rumore tale che ti veniva da serrare le trinche delle sartie. I vetri tremavano, qualche auto passava (dunque ero sulla terraferma, almeno per ora).
Ho tentato di riaddormentarmi contando le pecore elettriche, ma la tensione era troppo alta. Ho provato con quelle vegetali, ha funzionato.


O

31 dicembre 2006

London Papers No. 6

Match of the day.
Il titolo dovrebbe equivalere quello della domenica sportiva o di un qualche programma mediaset del quale non posso riportare il titolo per ignoranza personale.
Si parla di football. Conduce Gary Lineker con in studio Shearer più un altro che non conosco. Niente sculettatori con occhiali colorati, vallette con culi, tette e capezzoli che si comprendono al di sotto dei reggiseno ortopedici.
Intendiamoci, io non ho nulla contro i culi e le tette, specialmente se belli, ma sono fautore di una distinzione fondamentale. Se voglio vedere un determinato tipo di spettacolo, allora mi guardo un film porno, nel quale la tizia non mi parla di buffone ma si dà al popolo per grazia popolare, godendo professionalmente.
Se si parla di football di quello si deve parlare, senza ammiccamenti dovuti ai capifamiglia frustrati da una vita sessuale dettata dalle pause pubblicitarie.
Dopo la dovuta prefazione richiamiamoci alle cause meteorologiche.
So che in Italia non si giocherà fino al quattordici di gennaio. Questo perché il paese dello stivale è freddo (uno dei più freddi del mondo) e in alcune parti potrebbero avere gravi inconvenienti fisici uscendo dalle discoteche dei mari sudici per entrare in un rettangolo di erba verde con il terreno al di sotto dei ventiduegradicentigradi. Pur con la maglietta della salute.
Qui si è giocato il Ventisei. Il Trenta e si giocherà il Primo di gennaio. C’è poesia di tanto in tanto. Il tempo meteorologico non era dei più auspicabili per il football oggi. C’erano problemi. Il poeta Lineker ha presentato la partita dei Blackburn Rovers (giocata sotto un nubifragio) le cui prime immagini riprendevano un ometto che cercava di drenare il terreno con un tridente con la frase: Four thousand holes in Blackburn, Lancashire.
Io sono stato felice. Almeno per un momento.
Posso aspettare tranquillamente il primo di gennaio e vedere delle persone giocare.Consapevole del fatto che qui il clima aiuta.


O

20 dicembre 2006

London Papers No. 5

Vorrei parlare di storia. Ma ne parlerò in maniera completamente scorretta. In un modo che se un professore mi avesse interrogato e io avessi risposto così mi avrebbe bocciato per il resto della mia vita. Ma che m’importa, la scuola l’ho finita, professore non lo sono diventato e per bocciarmi mi hanno bocciato. Sono gretto, e questo mi da la possibilità di manipolare la materia a mio piacimento. L’argomento è ovvio. Perché oltre ad essere gretto sto pure diventando terribilmente noioso e ripetitivo. Quindi rifletterò sulla storia della metropoli che al momento mi sopporta.
Se mi potessi alzare e guardare questa città dall’alto, la vedrei intessuta di reti ferrose. Tutto quello che è stato costruito qui per il trasporto di uomini e cose, tutto questo, si è portato via la Storia, strato dopo strato. Il tempo era denaro una volta come lo è adesso. Non è vero che si viveva diverso. Si viveva uguale, forse peggio. Se si era più lenti era solo perché non si avevano i mezzi per andare più veloci. Se Leonardo non ha potuto far volare le sue macchine è solo perché non poteva produrre l’energia necessaria alla bisogna.
Quando la rivoluzione industriale ha richiesto uno spostamento di masse e di merci sconosciuto prima, questa città ha iniziato a dotarsi di una rete di trasporti gigantesca. Gli scavi si portavano via reperti romani e vite umane.
Non è vero che si poteva vivere più lenti. Si era costretti a farlo. C’era un fiume che scorreva giù dalla collina di Hampstead, il punto più alto di questo territorio. Mi si dice fosse pure navigabile, il Fleet river. Niente, il bisogno di spazi, la costruzione di un ponte via l’altro e di strade, se lo sono portato via. Interrato metri e metri sotto. Nelle viscere della città.
E lui era, o è, perché da qualche parte deve ancora esserci, il più importante. Come lui diecine di altre acque. Come le acque, migliaia di operai, lavoratori. Gente venuta a costruire qualche cosa che non gli sarebbe mai servito, che non avrebbe mai utilizzato.
Si doveva bere birra qui, perché l’acqua era sovente così marcia che se ci fosse ancora stata nel settantasette se la tiravano i punk al posto della colla da carpentiere. Le case erano piccole e straripavano bambini, perché le persone, invece di comperare preservativi, spendevano i pochi denari in pinte. Così quando potevano uscivano dalle topaie sature di vapori di cavolo bollito per andare nei pub a salvarsi la vita. Aprivi la porta di legno, entravi nel locale fumoso con gente che parlava strano. Tutte quelle cose che a noi paiono romantiche ma che dovevano essere una vera merda.
Ma prima, ancora prima. Prima, quando c’erano i Puritani, quelli che gli avevano dato a Bellini un bel di più d’ispirazione. Lì c’era pure molta gente che si divertiva mica male.

I rise at eleven, I dine about two
I get drunk before Seven, and the next Thing I do
I send for my Whore, when for fear of a Clap
I dally about her and spew in her Lap.

Niente cambia nella storia. L’uomo deve averci dentro il gene della disuguaglianza e dello sfruttamento. Se appena può e gli capita l’occasione non la sciupa.
Ora ci sono gli orientali. Indiani, pachistani e altri di cui non mi ricordo più il nome. Tengono aperti questi negozi food & wine, giornali, pile, tabacco, alcol, ventiquattrore su ventiquattro. Sette giorni su sette. Stanno lì. Perché? Forse per l’ansia di tirar su denaro. Magari vogliono comperarsi la stessa automobile enorme che una signora ha parcheggiato di fronte alla loro rivendita. Una cazzo di macchina che sta impedendo al bus sul quale sto viaggiando di passare. E noi stiamo lì. Aspettiamo che la tizia finisca di comperarsi le Rothmans per poter ripartire e raggiungere il posto di lavoro.
Nulla cambia. La signora sudamericana affianco andrà a fare le pulizie in qualche casa ad Highgate o la cassiera da Tesco.
Tutto rimane uguale. Solo pare che il Tamigi non puzzi più come nel ‘600, quando a Westmnister talvolta era necessario chiudere le finestre con tende irrorate di essenze alla lavanda, per fare in modo che la politica facesse il suo corso.
Non c’è più la nebbia delle centrali termoelettriche ma tutto è sempre lo stesso. Come deve aver pensato qualcuno quando ha visto i poliziotti sparare in mezzo alla folla della metropolitana a un ragazzo brasiliano con la pelle un po’ scura e uno zainetto sulle spalle. E quando è caduto, andando al lavoro.
Nulla cambia… mai. Solo noi stiamo qui con le mani in mano e costruiamo pensieri nascosti che crediamo intelligenti, ma solo per pochi secondi. Come i sogni di certa gente che guarda una partita di football.
I’m forever blowing bubbles…


O

18 dicembre 2006

London Papers No. 4

Ho visto il Toro. Finalmente. L’ultima volta è stato con la Lazio. Quattro griglie in casa, un’ecatombe. Grazie agli amici ho avuto un indirizzo qui a Londra. Ho preso il bus che passa davanti alla casa dei Beatles e ho raggiunto il luogo. Il posto è uno di quelli che nella mia quotidianità estera evito accuratamente.
Già solo il nome è agghiacciante si chiama “Italia 1”. Poi entri e trovi tutti gli accessori nazionalpopolari che ci contraddistinguono. Bandiere tricolori, sciarpe azzurre con su scritto “vincete per noi”. Noi chi? Poi pizza e mandolini e il caffè che si dice essere il migliore del globo terracqueo e per finire cose tipo “campioni del mondo”. Da vergognarsi insomma.
Entro in questo bar e vedo su un medio schermo un Livorno-Lazio con umanità attenta alle azioni di gioco. Chiedo al tizio se fanno vedere il Toro. Lui mi fa di si. Che devo pagare sei pound che mi da un panino. Non voglio panini. Ho mangiato per i fatti miei. Voglio una birra, gli dico. E vabbè che mi da una birra. Entro in uno stanzino grande come il mio cesso con tre schermi tivvì accesi. In uno c’è il Toro (e meno male) nell’altro c’è l’inter che gioca con il Messina. Nel terzo Man City- Tottenham. Ci sono dei tizi che scoprirò dopo essere di Londra Granata. Guardo il match e bevo la birra. Penso che fa veramente schifo ‘sta birra che mi ha venduto il gestore. Ma niente, la partita è partita. Verso il venticinquesimo del primo tempo capisco il perché di questo gusto tremendo. È una cazzo di bevanda al gusto di birra, analcolica. La cosa mi rende disorganico nei confronti del posto. Sono seduto su uno sgabello alto quaranta centimetri in un posto pieno di italiani orgogliosi di aver vinto una coppa del mondo con una squadra di ladri e servono birra analcolica.
Il sole della giornata si chiama Rosina, un ragazzo che si è fatto uomo e si è caricato la squadra sulle spalle.
Il tizio di Londragranata butta l’occhio sulla partita dei milanesi e continua a dire quant’è figo materazzi. Io vorrei vederlo morto, ché sarebbe l’unico modo di apprezzare quel tipo di giocatore. Ma non voglio rovinarmi l’unico posto in cui posso vedere il Toro. Per cui taccio, evito di sputare la bibita al gusto di birra sul putrido pavimento e di dire al tizio che Materazzi è una merda.
Noi si para un rigore e sulla ripartenza si fa il secondo goal. Il ragazzo Alessandro è una meraviglia. Mi viene in mente il giorno prima di partire che l’ho incontrato con AC, che si stava allenando in via corte d’appello e gli ho stretto la mano dicendogli di tener duro. Poi io sono partito e il Toro ha cominciato a vincere pur lesinando goal. Insomma, me ne esco dalla stanzetta. Nell’altra c’è la peggio umanità italiota tifosoide tra cui un ciclista della periferia di Genova con tanto di sciarpa (non c’è limite alla vergogna). Ci ha la vespa fuori, parcheggiata sul marciapiede. Gli ha fatto la multa, dice che lui non la paga tanto non gli arriva. Penso che devo trovare un qualche fratello genoano per fargli fare un lavoro medievale al loffio. Mi allontano. C’è un pub li vicino. Vendono dell’ottima Bitter. Mi sa che per il Toro dovrò tornare dallo spacciatore di bibite analcoliche con un nome da mediaset.
Nella vita ogni cosa ha un prezzo e per ora mi va ancora di pagarlo, almeno fino a quando ci sarà Rosinaldo.

O

12 dicembre 2006

London Papers No. 3

Sono andato al mare. Sono partito il sabato pomeriggio verso il sud. Erano le quattro e il cielo era scuro. C’era solo qualche bagliore verso ovest presto oscurato dalle nuvole lontane.
La Manica trabocca di luoghi turistici, "seaside destinations" le chiamano le cartine geografiche. Ci abitano un sacco di persone avanti con gli anni che stanno li a godersi il clima della britannia meridionale e a respirare iodio. Un po’ come se fosse Bordighera senza le palme e l’Aurelia.
Il mattino dopo un “coctail party” decido di raggiungere le spiagge per camminare un poco e spurgare l’ingurgito della sera prima. Cammino su marciapiedi larghi ottanta centimetri, incontro umanità anziana e mamme con carrozzine. È domenica mattina e sono nel profondo sud.
Il mare è grigio, le onde che scrosciano su una battigia di sassi lasciano schiuma di petroliere. Le nuvole sono basse e il vento costante. Passeggio lungo la costa e mi godo il clima.
Laggiù, verso sud-ovest, pare le nuvole finiscano, c’è una striscia di chiaro, probabilmente è il sole che scalda la Francia.
Un cartello didattico mi spiega le forme di vita che animano la costa, dal turista alle vongole, un altro che lì non si può bere alcol e che se un poliziotto te lo dice e tu continui a farlo, lui ti può, a scelta, fare una multa o portare in questura (cioè non è questura, ma rende l’idea).
Rimango lì. Guardo il mare, la faccia verso il vento. Ovviamente ci sono diecine di gabbiani. Anche loro stanno lì, le ali aperte, immobili contro le correnti atmosferiche. Passano la domenica. Il Toro giocherà fra qualche ora.
Sono fermo e ascolto le onde. Poi basta. Il vento mi ha fatto venire freddo alle orecchie e alle punte delle dita. Mi giro e ricomincio a camminare verso l’entroterra. Vado al pub a farmi una birra tiepida. A scaldarmi le mani tenendo in mano la pinta.
Intorno a me i prati sono verdi e tagliati perfettamente, vendono un furgone per millecinquecento pound. Un ristorante thai ha fuori un cartello. Dice di non perdere tempo, di prenotare subito per il party natalizio.
Sembra debba piovere, ma lo farà solo nel tardo pomeriggio. Non credo verrò a passare gli anni della mia vecchiaia in questo posto.

O

04 dicembre 2006

London Papers No. 2

Sono più di cent’anni che sto in questo posto. I fiumi che scorrevano in superficie sono stati interrati, come tutti i morti che abbiamo conosciuto durante la nostra vita. Sono centinaia di anni che mi sveglio la mattina e prendo un autobus con un piano di sopra e nessun vicino accanto. Siedo, non parlo, guardo le gocce di pioggia scorrere sul parabrezza superiore e ascolto le cose passare. Siedo e raccolgo immagini. Ne ho da riempire dei libri interi. Figure di persone disperate e felici, di volti orripilanti e bellissimi. Guardo le facciate delle case strutturarsi nell’anarchica successione di vie e i cittadini camminare sui marciapiedi. Potrei essere in qualunque luogo perché non appartengo più a nessun posto, solo disperazione e allegria legano la mia vita.
È un secolo che manco da dove dovrei stare ma, intanto, ci sono cose e idee che nascono e crescono lontano da dove sto. Ci sono tendine sporche alle finestre, suoni di sirene e pianti di donne, parole nelle televisioni, discorsi fra pari, bambini che urlano o tirano calci ad un pallone.
Gli alberi sono sempre gli stessi, loro possono vivere millenni. Regalano solo foglie all’autunno come noi regaliamo concime alla terra. Sono diecine di decenni che cammino su marciapiedi sconnessi e aspetto amici che devono arrivare.
Ogni tanto mi siedo e bevo, perché un uomo ha diritto di scegliere la propria fine. Questa è la vera politica, questo l’obbiettivo da raggiungere. Scegliere come seccarsi oppure stare seduti sul proprio culo ad aspettare che schiarisca il cielo.
Non mi spaventano i secoli che passano, uno vale l’altro. Non mi spaventa il fuggire delle donne, solo una è importante. Non ho paura di diventare vecchio, la vecchiaia sarà solo un’altra faccia di questa pioggia che cade.
Voglio passare un altro secolo così, voglio stare sotto queste gocce che cadono e nascondono le lacrime degli uomini infelici.

O

23 novembre 2006

London Papers No. 1

Così è passata una settimana da quando sono qui. Sembra una vita e sono solo sette giorni.
Durante questo periodo di tempo ho cambiato due case, e spero di trovarne una terza molto presto. Al momento vivo in un luogo enorme, pieno solo di un materasso, di un gas e di una serie di stanze completamente vuote.
Cerco di adattarmi agli usi e costumi locali. Mangio panini triangolari contenuti in confezioni polimere di Tesco, tengo la sinistra camminando nella Tube, guardo a destra prima di attraversare le strade, bevo Bitter nei pub guardando partite di futbol. Divento, insomma, un noioso abitante di questa enorme città.
Oltre a questo cerco di capire cosa mi dicono quando mi parlano. Affronto con enorme sforzo mentale ogni discorso, ma spesso non serve. Al lavoro mi dicono cose che rimangono oscure. Sudo, ansimo, scaracchio senza risultato. Mi dicono cambierà. Lo spero.
Oggi ho scoperto l’esistenza di Waterlow Park, un magnifico parco proprio di fronte allo studio dove lavoro. Oltre questo parco c’è il cimitero di Highgate, dov’è sepolto Carlo Marx. Ho camminato con il mio pranzo alla ricerca di una panchina. Lungo i viali i londinesi facevano lo stesso e stavano seduti a godersi questi pochi raggi di sole novembrino che illuminano a tratti le giornate britanniche. Forse sapete che qui ogni panchina ha una targa commemorativa. Una sposa ricorda il suo amato, un gruppo di persone un amico scomparso, le associazioni un qualche membro meritorio, ogni giardino diventa una specie di Spoon River.
Ho trovato la mia e mi sono seduto. Su c’era scritto «In Memory of Michael Whittag. 1947-2003. He made us laugh».

O