04 settembre 2006

Valentin

Valentin in quel momento non stava pensando al calcio, ma alla figlia del droghiere di fronte, che dalla sua finestra vedeva rincasare ogni sera in quell’autunno argentino. Pensava che presto quel vestitino a fiori che esaltava le sue curve aggraziate sarebbe stato coperto da un paletò, e questa non era una bella notizia. Ma un’altra, terribile, stava per raggiungerlo.
Lo chiamavano Valentin, ma il suo vero nome era Gaston. Il soprannome lo doveva alla passione che nutriva per quel Valentino che incantava le folle aldilà dell’oceano. Una vita quasi parallela: capitani entrambi delle loro squadre, il River Plate e il Torino, entrambi col numero 10, entrambi capitani naturali, i più bravi della squadra, ma anche i primi a sacrificarsi per i compagni. Gaston seguiva il Torino dalla fine della guerra, era rimasto folgorato in un cinema del barrio, dove prima di un filmone strappalacrime con Alida Valli, avevano mostrato i miracoli di quella squadra invincibile. E la distanza, l’oceano, rendeva ancor più leggendarie quelle imprese. L’anno prima avrebbe voluto correre in Brasile a vederla in carne e ossa, quella squadra imbattibile, ma non ci era riuscito, così aveva giurato a se stesso che ci sarebbe andato l’anno dopo, per i mondiali, tanto la nazionale italiana erano loro. La conoscevano tutti quella sua passione per il Torino e in particolare per Mazzola; così tutti incominciarono a chiamarlo Valentin e lui si guardò bene dallo scoraggiarli.

Valentin aveva istruito un suo cugino d’acquisto, un tal Bongiovanni, il cui padre era emigrato dal cuneese all’inizio del secolo: le domeniche in cui giocava in casa il River Plate, Bongiovanni lo raggiungeva negli spogliatoi del Monumental sventolando il telegramma che un suo zio gli mandava dall’Italia, con il risultato della partita del Torino. Una volta fece tardi e la partita del River iniziò senza che Gaston conoscesse il risultato del Torino. Gaston era teso, si fece ammonire e rischiò un paio di volte il secondo cartellino giallo. Poi all’inizio del secondo tempo Bongiovanni riuscì a raggiungere lo stadio e ad attirare l’attenzione di un raccattapalle, al quale ordinò di comunicare a Gaston che il Torino aveva battuto a Roma i giallorossi per 7-1, dopo aver chiuso il primo tempo in svantaggio. In quel momento anche il River era sotto di un gol; Gaston appresa la notizia si rimboccò le maniche, come aveva visto fare a Valentino in quel cinema, e prese a giocare come una furia, segnò una tripletta e il River vinse 5-1. Uscendo dal campo era scuro in volto, l’allenatore gli chiese perché non gioiva, aveva praticamente ribaltato il risultato da solo; lui scuotendo la testa rispose “volevo farne altri due, come il Torino”.
Quando un ragazzino piccoletto e dalla testa enorme comparve in fondo al vicolo Gaston fantasticava sulla figlia del droghiere, non pensava a Valentino. Il ragazzino era arrivato l’anno prima da un villaggio della provincia, per giocare nel River, tutti dicevano che era il suo erede, che un giorno la maglia numero 10 di Valentin sarebbe passata sulle sue spalle; lui si era subito attaccato a Gaston, riconosceva in lui il maestro. Valentin lo seguiva, ne intuiva il grande talento, cercava di limitarne gli eccessi caratteriali, con poco successo. Gli diceva:
"Per portare in giro quel caratteraccio ci va il fisico, o metti su un po’ di muscoli o prenderai tante botte."
Un’altra volta che lo fece uscire dai gangheri dicendo che il più grande giocatore argentino era Cesarini, lo inseguì per tutto il campo prendendolo a pedate nel culo. C’era qualcosa che lo disturbava in lui, qualcosa che non lo convinceva, come una premonizione.
Si chiamava Omar.

Quando Omar comparve in fondo al vicolo con il viso rigato dalle lacrime, la faccia sconvolta, Valentin stava pensando alla figlia del droghiere. Era nata in Italia, suo padre era emigrato da una decina d’anni, lei era arrivata a Baires bambina. Anche per attaccare discorso la prima volta con lei Valentin era ricorso al Torino.
"In Italia c’è una squadra che gioca il calcio degli dei, una squadra che quando i suoi giocatori toccano la palla è poesia, una squadra che quando fa gol riscrivono le antologie, lo sapevi?"
"E’ quella dove gioca Cesarini?"
"Scherzi? Cesarini gioca nella stessa città, ma in una squadra senza poesia, il Torino invece ha un capitano che salva il gol sulla linea di porta e non fai in tempo a chiudere gli occhi che quando li riapri è già dall’altra parte del campo a far gol; un terzino che è così elegante e bello nel gesto tecnico che quando riceve palla le ragazze sugli spalti svengono a decine, un portiere che è come se prima della partita murassero la porta…"
E piano piano aveva appassionato anche lei con il Torino. Si fermava alla bottega e le raccontava le imprese epiche di quegli eroi italiani, finché il droghiere non la richiamava, borbottando che dei calciatori, per di più ostili alla squadra del grande Cesarini, un esempio per tutti gli italiani di Baires, non bisognava fidarsi, non bisognava dar loro nessuna confidenza.

Quando Omar arrivò sotto la sua finestra avvolto in un groviglio di ansimi e singhiozzi, Valentin non pensava al calcio, e pochi attimi dopo avrebbe voluto non averci mai pensato, avrebbe voluto che il calcio non fosse mai esistito perché non esistesse neanche quell’aculeo che gli stava trafiggendo il cuore. Omar sventolava freneticamente un telegramma
"Tuo cugino mi ha detto di venire subito, di portarti questo"
Era mercoledì, aveva sentito che il Torino avrebbe giocato un’amichevole quella settimana, ma lo zio di Bongiovanni scriveva solo la domenica, per i risultati del campionato.
"Ha detto che non ce la faceva a venir lui, dovevi vederlo, com’è ridotto!"
"Ma cosa è successo? Cosa stai dicendo?"
"Il Torino, sono tutti morti."

GFO

5 Comments:

At lunedì, 04 settembre, 2006, Anonymous Anonimo said...

Bello.
Ma dire solo bello è quasi banale, meglio specificare, quindi: commovente ed arrazzante allo stesso tempo.

 
At lunedì, 04 settembre, 2006, Blogger CG31 said...

Epico!

Erme

 
At lunedì, 04 settembre, 2006, Anonymous Anonimo said...

Questa cosa, come tutto quello che riguarda gli invincibili, mi tocca, mi rattrista e mi esalta, mi rende inevitabilmente fiero di essere granata, siamo un bel popolo, un popolo di "essere" e non di "avere"
Yoghi

 
At martedì, 05 settembre, 2006, Anonymous Anonimo said...

Chapeau!
Mi è piaciuto soprattutto come ricostruisce lo spirito del tempo, come ti fa vivere le emozioni che avrebbe provato effettivamente una persona vissuta allora.

Milton

 
At martedì, 05 settembre, 2006, Anonymous Anonimo said...

Standing Ovation. Inutile aggiungere altro.

Doorman

 

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